Cessazione del rapporto di agenzia

di Andrea Mortara – Centro Giuridico Nazionale Usarci

IL PREAVVISO E IL CONCETTO DI GIUSTA CAUSA

Sempre più spesso accade di dover (soprattutto in quest’ultimo periodo) analizzare il testo, le modalità e le motivazioni a mezzo delle quali le mandanti risolvono un rapporto di agenzia.

Ricordo a tutti, in primis, come la scelta di risolvere da un rapporto di agenzia sia sostanzialmente libera. Le parti (sia la mandante che l’agente) sono pertanto del tutto libere di recedere senza dover necessariamente comunicare le motivazione che vengono poste a base della decisione di interrompere il rapporto.

Un unico ma fondamentale limite che entrambe le parti devono rispettare è quello di concedere alla parte che riceve la comunicazione di recesso un termine di preavviso che viene disciplinato sia dalla legge che dagli Accordi Economici Collettivi di categoria (industria o commercio che sia).

Detto termine varia, peraltro, a seconda della durata del rapporto, della natura di monomandato o plurimandato del rapporto stesso.

Gli AEC prevedono, in particolare, i seguenti termini:

  1. Agente o rappresentante operante in forma di plurimandatario:
  • 3 mesi per i contratti di durata da 0 a 3 anni
  • 4 mesi per i contratti di durata da 0 a 4 anni iniziati
  • 5 mesi per i contratti di durata da 0 a 5 anni iniziati
  • 6 mesi per i contratti di durata superiore a 6 anni .

 

  1. Agente o rappresentante operante in forma di monomandatario:
  • 5 mesi per i contratti di durata da 0 a 5 anni iniziati
  • 6 mesi per i contratti di durata compresa fra 6 e 8 anni iniziati
  • 8 mesi per i contratti di durata superiore a 8 anni. 

In caso di risoluzione del rapporto da parte dell’agente o rappresentante il preavviso sarà pari a cinque mesi, per agenti operanti in forma di monomandatario ed a tre mesi per agenti operanti in forma di plurimandatario.

In particolare questa ultima pattuizione, rende evidente come il “preavviso” sia un istituto “a vantaggio” del ricevente posto che chi, appunto, riceve una disdetta deve essere in condizione di organizzare in qualche maniera il proprio futuro (agente o azienda che sia).

E’ evidente che alla disdetta conseguono degli effetti di particolare rilevanza.

Più in particolare, in caso di recesso (o meglio comunicazione di risoluzione del rapporto, come detto) da parte dell’agente, l’agente stesso perde il diritto a percepire le indennità di fine rapporto (indennità suppletiva di clientela, eventuale indennità meritocratica e eventualmente indennità ex art. 1751 c.c.). In questo caso l’agente avrà sempre e comunque diritto al F.I.R.R. (che l’azienda avrà versato all’Enasarco e che costituisce un’indennità la cui erogazione non dipende dalle modalità di risoluzione del rapporto, fatto salvi casi particolari previsti dagli AEC Industria quali la ritenzione indebita di somme da parte dell’agente nella fase dell’incasso e di ipotesi di concorrenza sleale che danno, casi per i quali è prevista la possibilità per la Mandante di chiedere ad Enasarco il “blocco” del FIRR stesso).

In caso di risoluzione ad opera della casa mandante, invece, l’agente ha diritto ad ottenere le indennità di fine rapporto come abbiamo avuto modo di ricordare in altre occasioni.

Tornando al cuore del problema e proprio in conseguenza delle considerazioni sino a qui svolte, accade di frequente che le mandanti recedano ad nutum ovvero in tronco da un rapporto di agenzia senza rispettare i termini di preavviso e imputando all’ agente una “colpa” (che può essere sia “contrattuale” che “extracontrattuale”), colpa che deve e configurarsi in un comportamento posto in essere dall’agente talmente grave da non consentire la prosecuzione “neppure temporanea” del rapporto.

A ciò consegue che – se il recesso operato dalla mandante sia effettivamente “legittimo” – l’agente non perda il diritto a percepire le indennità di fine rapporto magari maturate dopo anni e anni di duro lavoro.

Alcune volte poi, le case mandanti imputano all’agente comportamenti non corrispondenti alla realtà dei fatti, altre volte detti comportamenti vengono strumentalizzati al fine di precostituirsi la possibilità di “liberarsi” di un agente “sgradito” e di risparmiare (a volte) cifre importanti che avrebbero dovuto essere erogate a titolo di indennità di cessazione del rapporto.

Veniamo ora – seppur sommariamente – a qualificare quale sia da considerarsi (a livello generale  essenza scendere nei particolari di tutte le fattispecie possibili) il concetto di giusta causa nella risoluzione del rapporto.

In primis, occorre avere a mente che nel contratto di agenzia assume una rilevanza particolare il rapporto “fiduciario” che deve esistere tra agente e mandante.

La violazione di questo rapporto di fiducia (violazione che deve essere talmente grave, come abbiamo detto, da non consentire la prosecuzione neppure temporanea del rapporto) può legittimare un recesso c.d. “per colpa”.

La valutazione della giusta causa, inoltre, deve essere misurata in considerazione dell’economia complessiva del rapporto non potendosi prendere “a pretesto” solo alcuni fatti che si possano – in un certo qual modo – considerare “incidentali” se non addirittura sporadici.

Altro principio generale attiene al fatto che colui il quale imputi all’altra parte del contratto una fatto costituente “giusta causa” di risoluzione del rapporto, debba provarne la fondatezza dinnanzi al Giudice.

Tra i casi più frequenti che la giurisprudenza valuta fondanti un recesso per colpa (consistente in violazioni poste in essere dalla mandante) possiamo ricordare l’omessa corresponsione delle provvigione (solo se la stessa assuma però un carattere perdurante ed assuma un’entità rilevante nell’economia del rapporto, specie ad esempio nei rapporti di “monomandato”), l’occultamento di provvigioni, il rifiuto sistematico e periodico ad accettare gli ordini ed in casi di particolari gravità le modifiche unilaterali al contratto.

Venendo invece alle cause di recesso per colpa che più frequentemente vengono imputate all’agente si può ricordare la violazione della concorrenza, la ritenzione di somme (fatto di rilevanza anche penale).

Occorre poi fare molta attenzione a contestazioni generiche e non fondanti un recesso per colpa che più di una volta vengono imputate all’agente. Accade ad esempio molto spesso che le preponenti contestino pretesi “cali di fatturato” o presunte inattività per fondare il recesso in tronco.

In particolare, il “calo di fatturato” (laddove non siano presenti nel contratto le c.d. clausole risolutive espresse di cui abbiamo avuto modo di parlare più volte in passato) non trova nella giurisprudenza un riscontro concreto posto che, molto spesso, il la minor produttività è legata a fattori esterni e non strettamente legati all’attività dell’agente, basti pensare alla crisi mondiale dell’economia che ha ridotto la capacità produttiva in pressoché tutti i settori.

In ogni caso si consiglia – ogniqualvolta si riceva una disdetta – di verificare attentamente il contenuto della stessa e le ragioni che sottendono alla decisione dell’azienda di interrompere il rapporto onde evitare il rischio di perdere le indennità maturate in anni di lavoro.

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