Durata media di un mandato di agenzia

durata di un contratto di agenzia

di Andrea Mortara – Centro Giuridico Nazionale Usarci

Sarà colpa della crisi economica o magari le case mandanti mirano solo ed esclusivamente a “fare i numeri”. Sarà che la stessa categoria degli agenti è cambiata o che i rapporti umani nell’ambito di un rapporto lavorativo e commerciale contano sempre meno. Sarà che ad ogni cambio del direttore commerciale viene “fatta fuori” la metà della rete vendita.

Sta di fatto che nel corso degli ultimi anni è sensibilmente cambiata la durata media del mandato di agenzia.

I più anziani della categoria – sono certo –  hanno nel loro curriculum di agenti di commercio mandati durati almeno quattro cinque lustri, e, comunque, rapporti di agenzia di tale durata erano, almeno una volta, all’ordine del giorno.

Va da se che per le motivazioni più disparate, questi casi sono diventati rari se non addirittura delle vere e proprie eccezioni alla regola.

In quest’ottica vi è chi sostiene che sino a circa 10 anni fa la durata media del mandato di agenzia si aggirasse sui 15/18 anni mentre oggi la durata si sarebbe drasticamente ridotta sino ad arrivare ad una longevità di soli 3/5 anni.

A prescindere dalla correttezza o meno dei numeri che gli uomini della statistica ci offrono, e a prescindere dai motivi che sono certamente più diversi (e che certamente non è questa rubrica a dover deve analizzare) ciò che però va tenuto in debito conto è che, alla durata di un rapporto, conseguono effetti che vanno a incidere sulla quantificazione delle indennità che alla fine del mandato si potranno rivendicare.

Il primo aspetto da tenere in considerazione attiene ovviamente al periodo di preavviso dovuto in caso di cessazione del rapporto.

Come ho avuto modo di spiegare più dettagliatamente in precedenti pubblicazioni, quanto più e lungo il mandato, quanto più è lungo il periodo di preavviso di cui l’agente deve giovare in caso di recesso da parte della casa mandante (e, di conseguenza, maggiore sarà la relativa indennità sostitutiva nel caso di recesso in tronco).

In tal senso, è giusto ricordare sempre che, nei contratti di agenzia a tempo indeterminato, è fatto d’obbligo per la parte recedente, sia essa la mandante o l’agente, di comunicare la propria decisione dal recedere dal mandato di agenzia con un determinato preavviso.

In primis occorre dunque calcolare la durata pregressa del rapporto, ovvero quanti anni sia durato il mandato.

Questo dato costituisce la “base imponibile di calcolo”.

Una volta calcolata la durata del rapporto (computando ogni anno di incarico “iniziato”) e verificata a quale normativa occorre riferirsi (vale a dire se il mandato richiami gli Accordi economici Collettivi del settore Industria o del Settore Commercio oppure la normativa del Codice Civile), si potrà calcolare la durata del preavviso stesso che, per i rapporti più lunghi può arrivare ad un massimo di sei mesi per un agente plurimandatario e otto mesi per i monomandatari.

Più nel dettaglio, il Codice Civile stabilisce che ad ogni anno di durata del contratto corrisponde un mese di preavviso mentre gli Accordi Economici Collettivi prevedono un termine di preavviso “minimo” di tre mesi indipendentemente che il mandato sia durato uno, due o tre anni per il caso che l’agente sia plurimandatario e di cinque mesi in caso di agente che operi

Oltre detta durata, la disciplina si uniforma a quella del Codice Civile.

Ma la durata del rapporto ha diretta conseguenza – ovviamente – anche sulla disciplina dell’indennità di fine rapporto e non sempre (è questa la particolarità) a un rapporto più lungo corrisponde un’indennità più alta.

Abbiamo avuto modo di spiegare più volte che l’indennità di fine rapporto è disciplinata e prevista dall’art. 1751 c.c. (che, in caso di sensibile incremento da parte dell’agente di zona, clientela e fatturato nonché della c.d. “persistenza dei vantaggi” in capo alla preponente,  prevede il riconoscimento di un’indennità che “può arrivare sino a un’annualità di provvigioni tenuto conto della media delle retribuzioni degli ultimi cinque anni”).

Diversamente gli Accordi Economici collettivi (nel dare “concreta applicazione” alla norma del codice sopra citata) hanno introdotto l’indennità suppletiva di clientela ed il FIRR la cui quantificazione è meramente aritmetica.

Quindi, in certe situazioni, si arriva al paradosso per cui in rapporti lunghi o addirittura lunghissimi il divario tra l’indennità cosiddetta ”europea” e l’indennità suppletiva di clientela si assottiglia a tal punto da consentire a chi ha terminato rapporti di breve durata (sempre che l’agente sia in grado di provare di aver sensibilmente incrementato l’incremento di zona, clientela e fatturato nonché sia in grado di provare che la mandante continua a giovarsi dell’incremento apportato dall’agente) di richiedere un’indennità di gran lunga superiore a quella prevista dagli AEC.

Di contro, nei rapporti lunghi (e magari con fatturati provvigionali importanti), l’indennità suppletiva di clientela può raggiungere importi considerevoli, con l’ulteriore vantaggio di non essere onerati della prova in ordine all’incremento di zona, clientela e fatturato dal momento che l’indennità suppletiva di clientela spetta sempre e comunque in caso di recesso operato dalla casa mandante senza che vi sia stata contestazione di colpa ai danni dell’agente, nonché in caso di dimissioni per conseguimento di pensione di vecchiaia Inps o Enasarco (argomento quest’ultimo delicato che sarà oggetto del prossimo articolo).

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