Le clausole risolutive espresse contenenti target o minimi di vendita

Contratto di agenzia

di Andrea Mortara – Centro Giuridico Nazionale Usarci

NUOVE PROSPETTIVE GIURISPRUDENZIALI A VANTAGGIO DEGLI AGENTI

Abbiamo avuto modo in passato di affrontare l’annosa questione della predisposizione, nell’ambito dei mandati di agenzia, di clausole predisposte ad hoc dalle mandanti che prevedono l’obbligo in capo all’agente di raggiungere determinati volumi di vendita. Stiamo parlando dei famigerati “target”, “budget” o “minimi di vendita”.

In passato la giurisprudenza, peraltro, era pressoché univoca nel ritenere che l’unico rimedio a favore dell’agente che volesse invocare la nullità e dunque l’inoperosità della clausola, fosse quello di dimostrare davanti al giudice l’oggettiva impossibilità di raggiungere il target e, quindi, l’inapplicabilità della clausola e l’illegittimità del relativo recesso.

Detta prova, peraltro, non è assolutamente di agevole assolvimento, posto che l’agente, infatti, in siffatte circostanze, avrebbe l’onere di provare che il minimo di fatturato predeterminato dalla mandante fosse – al momento della sottoscrizione del mandato e/o della clausola – impossibile da raggiungere o che, comunque lo stesso target non sia stato raggiunto per cause non dipendenti dalla sua volontà. Queste cause – oggettive e concrete – devono essere tali da creare l’impossibilità per l’agente di raggiungere quel minimo di fatturato previsto, ma fatto ancor più importante, dovrebbe essere dimostrato, in sede di giudizio, il nesso causale (ovvero la consequenzialità) tra la causa che ha impedito il raggiungimento del budget ed il relativo risultato.

La situazione è cambiata con la pronuncia della Corte di Cassazione n.10934/2011. Se prima, infatti, era comunque preclusa al giudice ogni valutazione indagine sull’entità dell’inadempimento rispetto all’interesse dell’altra parte, “dovendo(si) solamente accertare se lo stesso sia o meno imputabile al soggetto obbligato”, adesso i magistrati possono ed anzi debbono, su sollecitazione dell’agente, operare un esame più approfondito sulla pattuizione contrattuale il cui mancato rispetto ha comportato una disdetta.

Sostanzialmente la Corte ha espresso un principio (peraltro poi ripreso da altre pronunce di legittimità e di merito) secondo il quale il giudice di merito (ovvero quello di primo grado) non deve più limitarsi a verificare l’esistenza della clausola risolutiva espressa e gli eventuali rilievi in ordine all’eventuale irraggiungibilità del target, dovendosi invece spingere sino ad effettuare una vera e propria valutazione sul contenuto stesso della clausola, fino a verificare che l’inadempimento contestato all’agente per il mancato rispetto della suddetta clausola sia talmente grave da non consentire la prosecuzione neppure temporanea del rapporto.

A questo non consegue, ovviamente, che tutte le clausole contenenti minimi di fatturato e target di vendita e che vincolano il mancato raggiungimento di “obbiettivi” alla prosecuzione del rapporto, siano di per se illegittime, ma la citata pronuncia apre la porta a valutazioni concrete su singoli casi e permette di minare quelle solidità e certezze che avevano le mandanti in presenza di tali clausole risolutive espresse.

Ora è possibile infatti operare una vera e propria indagine sulla singola clausola anche verificando i comportamenti della mandante e comunque delle parti (rispetto alla previsione della stessa clausola) nei singoli casi concreti.

E’ il caso di mandanti che del tutto arbitrariamente ed inaspettatamente recedano dal mandato applicando la clausola magari dopo anni di mancato rispetto del target da parte dell’agente o magari dopo aver manifestato apertamente e chiaramente l’intenzione di proseguire nel rapporto.

Ogni caso (ed ogni clausola) dovrà essere quindi verificata, valutata ed analizzata caso per caso e con molta attenzione, contestualizzando la stessa nell’ambito del singolo rapporto rispetto al comportamento concreto della parti tenuto durante l’intera durata del mandato di agenzia.

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