Obbligo di informazione dell’agente nei confronti della mandante

Obbligo di informazione

di Andrea Mortara – Centro Giuridico Nazionale Usarci

PRESTAZIONE ACCESSORIA DEL CONTRATTO DI AGENZIA. OBBLIGO DI RETRIBUZIONE?

Tra i compiti e i doveri che per legge e per pattuizioni contrattuale sono previsti in capo all’agente quello del cosiddetto “obbligo di informazione” è certamente quello tra i più contestati o meglio meno accettati di buon grado dalla categoria.

Questo non perché l’agente, in generale, non abbia a cuore le sorti della propria casa mandante e non intenda collaborare per una più efficiente gestione della propria zona, ma perché, sempre più spesso, nel corso degli ultimi anni e in modo particolare per alcuni settori (pensiamo ad esempio al settore farmaceutico), l’obbligo di informazione si è tradotto molto spesso – per volere o imposizione della mandante – in un vero e proprio incarico accessorio al mandato di agenzia.

Gli agenti si trovano, infatti, molto spesso dinnanzi a clausole contrattuali che prevedono un obbligo di trasmettere, non più mensilmente come avveniva un tempo, ma più spesso settimanalmente e, nei casi più eclatanti, giornalmente, “rapportini”, relazioni e indagini di mercato, etc.

Sia chiaro, questi strumenti sono sicuramente utili per il miglioramento delle strategie di vendita ma la questione posta da molti agenti è un’altra: questa attività è ricompresa nell’incarico affidato? Deve essere remunerata a parte o, come nella stragrande maggioranza dei casi, è da considerarsi ricompresa nella provvigione riconosciuta all’agente?

Orbene, occorre, in primo luogo, delineare meglio il concetto di informazione. L’agente, in particolare,  in base a quanto disposto dall’art. 1746 del codice civile ha l’obbligo di tenere informata la propria casa mandante circa la situazione di mercato della propria zona essendo, tra l’altro, altresì obbligato a fornire “ogni altra informazione utile a valutare la convenienza dei singoli affari”.

Tale obbligo, pertanto, è da considerarsi quindi parte integrante del mandato di agenzia non essendo quindi necessaria né, tantomeno obbligatoria una remunerazione specifica (fatto salvo il rimborso delle eventuali spese sostenute).

Vi è però un limite, determinato in particolare dalla libertà e autonomia gestionale e organizzativa dell’agente che quindi deve essere sempre libero di gestire la propria attività (ovvero senza imposizioni di sorta).

Si ricorda, infatti, come tutta l’organizzazione del lavoro dell’agente debba essere improntata alla più totale autonomia. Detta caratteristica inerisce, quindi, inevitabilmente anche l’organizzazione del attività di informazione di cui si è parlato sino a ora.

Vi è chi sostiene, dunque, anche in assenza di un orientamento giurisprudenziale consolidato, che, laddove la mandante imponga alla propria rete vendita di inviare report, relazioni, etc. con scadenze e modalità predeterminate, si configura un’indebita intromissione della libertà ed autonomia gestionale che caratterizza la figura dell’agente di commercio, con conseguente diritto in capo a quest’ultimo a richiedere un compenso separato rispetto alla provvigione dovuta per l’attività di vendita.

Anche in tal senso sarebbe opportuno verificare caso per caso la tipologia delle informazioni trasmesse e la frequenza delle stesse al fine di poter operare una valutazione oggettiva in ordine al diritto a percepire e, ancor prima, a poter pretendere il compenso aggiuntivo.

Va da sé che la questione andrebbe valutata dall’agente in sede di stipula del mandato in quanto la sottoscrizione di una specifica clausola del contratto che preveda, appunto, l’obbligo di inviare i report settimanali e/o giornalieri, rende la successiva eventuale richiesta da parte dell’agente molto più difficile da sostenere.

Si raccomanda, pertanto, grande attenzione – come sempre – al momento della sottoscrizione del contratto anche in ordine alla previsione di obblighi che molto spesso vengono considerati secondari.

La prudenza nelle valutazioni sopra rappresentate sono giustificate dal fatto che – ad oggi – non vi sono precedenti giurisprudenziali che vadano in un’unica direzione tali dunque  da giustificare una presa di posizione definitiva.

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